66° corso internazionale di studi cristiani.
Cittadella di Assisi Agosto 2008
Testimonianza di Antonietta Potente, suora domenicana e docente di teologia morale in Bolivia, su alcuni temi di grande rilievo attualmente presenti nel dibattito religioso e culturale in tutto il mondo tp://tgnitalia.tv
venerdì 15 maggio 2009
giovedì 14 maggio 2009
Appello ai diritti
Il 10 di maggio ad Assisi i partecipanti al Meeting nazionale “per un’Europa di Pace”, hanno rilasciato e pubblicato una dichiarazione sugli ultimi respingimenti illegali e inumani che sta effettuando il governo italiano… Sottoscrivo pubblicamente questa dichiarazione, ma vorrei anche aggiungere qualcosa, anche se forse, come sempre ,il pensiero si perderà negli innumerevoli scritti del mondo virtuale, anche quello della pace.
Gli ultimi fatti o prese di posizione Italiane e Mondiali in generale, per respingere il flusso umano delle migrazioni, vengono da molto lontano. Sono coltivati in un humus ideologico e pratico, a cui, inermi, assistiamo da tempo. Oggi recuperare il movimento dopo questa lunga atrofia mentale e di azione, è certamente più difficile per tutti. Oggi, infatti, si aggiungono giustificazioni sempre nuove, per auto-convincerci che è comunque meglio ammuragliare le possibili “città rifugio”. Oltre alla crisi attuale, invece, ci sono altri fattori, probabilmente più sottili.
Intuizioni come quelle della pace, dei diritti umani, hanno sofferto enormi vuoti generazionali. Per troppo tempo questi temi sono stati gestiti da nobili e rispettabili patriarchi, senza coltivare un dialogo con le nuove generazioni. Abbiamo amministrato questi temi sempre da un punto di vista ideologico, ma oggi, l’ideologia non è più la parola magica o il criterio di giudizio o la prima ispirazione dell’agire delle persone e delle società. Così che, oggi come oggi, problematiche come la pace, i diritti umani sono orfane e, anche gli ultimi drammi sociali, come quelli ecologico-ambientali o quello dei flussi migratori postmoderni, si aggiungono a questa lista. Parliamo di problemi senza soggetti che li desiderino in un altro modo. Orfani dunque, o figli di anziane coppie ora mai al tramonto.
I politici infatti, si sono appropriati di questi temi, senza preoccuparsi delle menti e delle intelligenze degli individui e soprattutto delle nuove generazioni. Questo è molto triste e questo rende il sogno sempre più lento e difficile. I diritti umani sono diventati pietra di inciampo della politica e non, quello che invece dovevano essere: la sua ispirazione. Lo stesso lo possiamo dire della pace e di ogni sottile prassi di vita a favore di questa umanità comune.
Oggi, la crisi dell’economia mondiale, è certamente uno dei pilastri più sicuri, per giustificare la clausura delle nazioni, ma il problema comunque, viene ancora da molto più lontano. Ogni governo di turno infatti –per lo meno in Italia - ha contribuito a innalzare i muri, appropriandosi a volte delle ideologie del buon vivere, della giustizia sociale, della pace, senza creare nuovi soggetti politici e sociali. I diritti umani, la giustizia, la pace prima e le migrazioni e l’ambiente oggi, sono burattini in mano di vecchie e stantie ideologie, oltre tutto anche smemorate della propria storia. Non sappiamo più chi ha fatto nascere questi pensieri sciolti, senza principio né tempo, e li ha liberati perché appartenessero all’umano più umano.
L’appello nasce da Assisi, oggi universo simbolico della pace e della giustizia, ma, tanti secoli fa, universo pratico, coltivato in atteggiamenti veri, ma anche in un modo di pensare, di vedere la storia partendo da una caleidoscopica sensibilità, capace di capovolgere le piatte visioni religiose ed antropocentriche del tempo.
Gli ultimi fatti o prese di posizione Italiane e Mondiali in generale, per respingere il flusso umano delle migrazioni, vengono da molto lontano. Sono coltivati in un humus ideologico e pratico, a cui, inermi, assistiamo da tempo. Oggi recuperare il movimento dopo questa lunga atrofia mentale e di azione, è certamente più difficile per tutti. Oggi, infatti, si aggiungono giustificazioni sempre nuove, per auto-convincerci che è comunque meglio ammuragliare le possibili “città rifugio”. Oltre alla crisi attuale, invece, ci sono altri fattori, probabilmente più sottili.
Intuizioni come quelle della pace, dei diritti umani, hanno sofferto enormi vuoti generazionali. Per troppo tempo questi temi sono stati gestiti da nobili e rispettabili patriarchi, senza coltivare un dialogo con le nuove generazioni. Abbiamo amministrato questi temi sempre da un punto di vista ideologico, ma oggi, l’ideologia non è più la parola magica o il criterio di giudizio o la prima ispirazione dell’agire delle persone e delle società. Così che, oggi come oggi, problematiche come la pace, i diritti umani sono orfane e, anche gli ultimi drammi sociali, come quelli ecologico-ambientali o quello dei flussi migratori postmoderni, si aggiungono a questa lista. Parliamo di problemi senza soggetti che li desiderino in un altro modo. Orfani dunque, o figli di anziane coppie ora mai al tramonto.
I politici infatti, si sono appropriati di questi temi, senza preoccuparsi delle menti e delle intelligenze degli individui e soprattutto delle nuove generazioni. Questo è molto triste e questo rende il sogno sempre più lento e difficile. I diritti umani sono diventati pietra di inciampo della politica e non, quello che invece dovevano essere: la sua ispirazione. Lo stesso lo possiamo dire della pace e di ogni sottile prassi di vita a favore di questa umanità comune.
Oggi, la crisi dell’economia mondiale, è certamente uno dei pilastri più sicuri, per giustificare la clausura delle nazioni, ma il problema comunque, viene ancora da molto più lontano. Ogni governo di turno infatti –per lo meno in Italia - ha contribuito a innalzare i muri, appropriandosi a volte delle ideologie del buon vivere, della giustizia sociale, della pace, senza creare nuovi soggetti politici e sociali. I diritti umani, la giustizia, la pace prima e le migrazioni e l’ambiente oggi, sono burattini in mano di vecchie e stantie ideologie, oltre tutto anche smemorate della propria storia. Non sappiamo più chi ha fatto nascere questi pensieri sciolti, senza principio né tempo, e li ha liberati perché appartenessero all’umano più umano.
L’appello nasce da Assisi, oggi universo simbolico della pace e della giustizia, ma, tanti secoli fa, universo pratico, coltivato in atteggiamenti veri, ma anche in un modo di pensare, di vedere la storia partendo da una caleidoscopica sensibilità, capace di capovolgere le piatte visioni religiose ed antropocentriche del tempo.
Il primo gesto urgente, oltre la denuncia, è restituire i temi della pace, i temi degli equilibri umani e ambientali, a tutti. Liberare questi elementi alchemici dell’esistenza umana, dai dibattiti delle lobby politiche di turno e dai loro satelliti di grupopuscoli di azione sociale.
Il nodo di questi drammi è ancora una volta l’appropriazione dei diritti umani nelle mani di pochi. Oggi come oggi non si discute sui diritti, oggi come oggi si discute sempre su chi è il proprietario dei diritti e chi li deve gestire. Che siano diritti umani o diritti sulle risorse naturali, tutto si conclude intorno a chi li può possedere e gestire. Stiamo uccidendo la creatività umana perché tutto gira intorno alla logica della proprietà, unica possibilità di potere.
I nostri stati stanno male, perché sono sempre meno le persone che gestiscono la vita: tutto è gestito, persino la mentalità. L’urgenza oggi non è solo una politica giusta, solidale, che si ricostruisce intorno alle problematiche esistenziali del vivere; l’urgenza è liberare questi temi dalle elite ideologiche di partito.
Come possono le città essere “città di diritti umani”, se chi le governa ha passato gli ultimi anni a disputare un ipotetico potere, mostrando che, in fin dei conti è l’unica cosa che le interessa: una vera e propria erotica del potere. Il primo gesto urgente è togliere dalla mente delle persone che i diritti umani, la pace, ecc. sono ideologie sposate da alcune correnti o da alcuni partiti, e restituire queste problematiche all’ umano più umano. Elementi necessari per il futuro di una umanità che si è rivelata –per fortuna- quello che veramente è: sempre più multiple e complessa.
Voglio ricordare qui uno stralcio del documento contro il razzismo firmato nel 2008 da diversi scienziati tra i quali il premio nobel per la Medicina Rita Levi Montalcini.
… Gli imperi sono diventati tali grazie alla convivenza di popoli e culture diverse, ma sono improvvisamente collassati quando si sono frammentati. Cosi’ e’ avvenuto e avviene nelle nazioni con le guerre civili e quando, per arginare crisi, le minoranze sono state prese come capri espiatori. Il razzismo e’ suicida perche’ non colpisce solo gli appartenenti a popoli diversi ma gli stessi che lo praticano. La tendenza all’odio indiscriminato che lo alimenta, si estende per contagio ideale ad ogni alterita’ esterna o estranea rispetto ad una definizione sempre piu’ ristretta della "normalita’". Colpisce quelli che stanno "fuori dalle righe", i "folli", i "poveri di spirito", i gay e le lesbiche, i poeti, gli artisti, gli scrittori alternativi, tutti coloro che non sono omologabili a tipologie umane standard e che in realta’ permettono all’umanita’ di cambiare continuamente e quindi di vivere. Qualsiasi sistema vivente resta tale, infatti, solo se e’ capace di cambiarsi e noi esseri umani cambiamo sempre meno con i geni e sempre piu’ con le invenzioni dei nostri "benevolmente disordinati" cervelli. (Cf. http://www.ildialogo.org)
Questo testo mi evoca l’importanza e la urgenza di spiazzare queste problematiche da ogni ambito ideologico-politico e farle entrare sempre di più nei meandri delle sfere umane più umane, non solo dello spirito, ma anche del corpo. Nei meandri delle nostre cellule celebrali… ormonali…., perché, probabilmente, queste le possiamo ancora curare, mentre i vecchi e stantii modi di fare politica (anche se avvolta nelle bandiere della giustizia, della pace, dei diritti) no.
Le "città dei diritti umani", vanno costruite nella faticoso parto formativo ed educativo, di essere umani nuovi. Forse per alcuni di noi potrebbe essere troppo tardi, ma per le nuove generazioni cresciute in un ambito sempre più planetario no. Lavoriamo questi temi con loro.
Anche perché, chi è arrivato da poco, come si scrive nel documento di Assisi, non ha solo il diritto a un piatto di minestra, e a un dormitorio, ma ha il diritto di pensare con i nostri figli, nipoti e pronipoti a un modo di vivere differente…
Pretendiamo non solo rifugi per gli indifesi o espulsi dalle loro terre, ma rivendichiamo con insistenza riforme ideologiche nell’ambito educativo, tocchi a chi tocchi il potere di turno, visto che oggi in Italia la politica è solo una questione di turno…
A CONTINUAZIONE IL TESTO COMPLETO DEL DOCUMENTO DI ASSISI
Un governo senza umanità minaccia di toglierci la nostra umanità.
Questi fatti ci offendono
e ci feriscono!
Chi non riconosce i diritti degli altri non riconosce neanche i nostri
“La decisione del governo italiano di respingere i disperati che fuggono dalla guerra, dalle torture, dalla fame e dalla miseria ci fa male, ci offende e ci ferisce. Non parliamo di immigrati ma di persone, donne, uomini e bambini. Hanno paura, freddo e fame. Ci chiedono asilo e protezione e li respingiamo senza pietà.
Come italiani, proviamo vergogna. Nessun governo si può permettere di venire meno ai doveri di solidarietà, di accoglienza e di difesa dei diritti umani che sono iscritti nella nostra carta Costituzionale e nel diritto internazionale dei diritti umani. Nessun governo può togliere a nessuno il diritto al cibo, alla salute, all’istruzione, ad un lavoro dignitoso.
Questi fatti ci offendono e ci feriscono. Così come ci sentiamo offesi e feriti da tutte quelle leggi, quei provvedimenti, quelle dichiarazioni, quelle parole velenose che stanno alimentando nel nostro paese un clima di violenza, discriminazioni, intolleranza, insofferenza, razzismo, divisione e insicurezza.
Un governo senza umanità minaccia di toglierci la nostra umanità. Non possiamo accettarlo. Senza umanità saremo tutti più poveri, insicuri e indifesi. Solo riconoscendo agli altri i diritti che vogliamo siano riconosciuti a noi, riusciremo a vivere meglio.
Per questo, mentre alcuni costruiscono muri e scavano fossati tra di noi e il resto del mondo, noi ci impegniamo ad aprire le nostre città e comunità locali, a renderle sempre più accoglienti e ospitali per tutti, per chi ci è nato e per chi è arrivato da poco. Le città in cui vogliamo vivere sono le città dei diritti umani. Città belle, accoglienti, dove si vive bene perché ci si aiuta l’un l’altro.”
I partecipanti al Meeting nazionale “per un’Europa di Pace” promosso dalla Tavola della pace e dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani
Assisi, 10 maggio 2009
e ci feriscono!
Chi non riconosce i diritti degli altri non riconosce neanche i nostri
“La decisione del governo italiano di respingere i disperati che fuggono dalla guerra, dalle torture, dalla fame e dalla miseria ci fa male, ci offende e ci ferisce. Non parliamo di immigrati ma di persone, donne, uomini e bambini. Hanno paura, freddo e fame. Ci chiedono asilo e protezione e li respingiamo senza pietà.
Come italiani, proviamo vergogna. Nessun governo si può permettere di venire meno ai doveri di solidarietà, di accoglienza e di difesa dei diritti umani che sono iscritti nella nostra carta Costituzionale e nel diritto internazionale dei diritti umani. Nessun governo può togliere a nessuno il diritto al cibo, alla salute, all’istruzione, ad un lavoro dignitoso.
Questi fatti ci offendono e ci feriscono. Così come ci sentiamo offesi e feriti da tutte quelle leggi, quei provvedimenti, quelle dichiarazioni, quelle parole velenose che stanno alimentando nel nostro paese un clima di violenza, discriminazioni, intolleranza, insofferenza, razzismo, divisione e insicurezza.
Un governo senza umanità minaccia di toglierci la nostra umanità. Non possiamo accettarlo. Senza umanità saremo tutti più poveri, insicuri e indifesi. Solo riconoscendo agli altri i diritti che vogliamo siano riconosciuti a noi, riusciremo a vivere meglio.
Per questo, mentre alcuni costruiscono muri e scavano fossati tra di noi e il resto del mondo, noi ci impegniamo ad aprire le nostre città e comunità locali, a renderle sempre più accoglienti e ospitali per tutti, per chi ci è nato e per chi è arrivato da poco. Le città in cui vogliamo vivere sono le città dei diritti umani. Città belle, accoglienti, dove si vive bene perché ci si aiuta l’un l’altro.”
I partecipanti al Meeting nazionale “per un’Europa di Pace” promosso dalla Tavola della pace e dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani
Assisi, 10 maggio 2009
venerdì 10 aprile 2009
PASQUA

Che cos’ è la Pasqua? Una ricorrenza liturgica fissata nei canoni di due delle più conosciute Religioni (ebrea e cristiana) o un evento spirituale che svela e da valore alle inquietudini della vita? Che cosa è? Forse più simile ad un itinerario storico di un popolo, sospinto in differenti momenti nella ricerca di piccole o grandi liberazioni socio-esistenziali. Ma forse anche un evento, celebrato segretamente o pubblicamente in tutte quelle evoluzioni e rivoluzioni della biodiversità cosmica e umana, ogni volta che si torna a sentire un brivido di vita. O forse solo un sogno, coltivato nell’oscurità della notte, nell’inconscio collettivo e individuale. Una vera e propria presa di coscienza, come scintilla improvvisa che risveglia il desiderio di far ritornare la vita, là dove la voglia se n’è andata. O ancora un’intensa nostalgia di presenza che sospinge a preparare ancora qualcosa; o forse uno sforzo, un tremendo sforzo per continuare a vivere, ovunque, per non dar ragione alla morte nostra e degli altri… Insomma: che cos’ è la Pasqua? Per alcuni anche se il termine porta l’eco di una parola che fa parte dell’universo linguistico dell’ebreo biblico, si miscela con l’esperienza cristiana della resurrezione. E’ certo che nasce come sforzo, un parto difficile del tempo umano e divino, la sintonia di desideri e di sogni.
E se invece di chiederci che cos’ è, ci domandassimo chi la sostiene: chi sostiene la Pasqua? Perché allora non chiederlo alle mamme e alle nonne dei “desaparecidos” delle dittature latinoamericane e mondiali. Perchè non chiederlo agli amici e amiche dei morti nelle ultime guerre strategiche dei terrorismi internazionali. Perché non chiederlo ai sopravvissuti degli uragani o dei terremoti, ai rifugiati dell’Africa o ai parenti orfani degli emigrati. Chi circola inquieto intorno agli spazi vuoti, forse oggi ci può ancora dire che cosa è la Pasqua e perché continuiamo a celebrarla, nonostante tutto. Chi cerca la propria e altrui dignità...Mi ritornano in mente le parole dell’antico inno pasquale: … Dic nobis Maria quid vidisti in via? Dicci Maria chi hai visto lungo il cammino… E’ normale chiedere che cosa è la Pasqua a chi sta camminando, a chi sta cercando qualcuno o qualcosa nelle fibre più segrete della vita, nei suoi laboratori mentali o nei suoi sogni… Non lo chiediamo a chi pensa che la Pasqua è un dogma o una promessa lasciata alla fine della vita, ma lo chiediamo a chi inquieto non riesce a prendere sonno, perché manca qualcuno, perché qualcuno se n’è andato o perché la vita sembra essersi addormentata. E Maria risponde: Sepulcrum Christi viventi set gloriam vidi resurgentis; angelicos testes, sudarium et vestes… Ho visto il sepolcro del Cristo vivente, gli angeli testimoni, il suo sudario, le sue vesti… Segni storici, sepolcri dei vivi, interminabili clausure di chi è vivente… Presenze lungo il cammino che gridano gli sforzi della vita di molti… ma anche qualcosa che apparteneva a chi ora è assente: le loro vesti i loro oggetti… Forse è questa per noi la Pasqua: continuiamo a chiedere lungo il cammino, non stanchiamoci di chiedere a chi cerca. I dogmi, le dottrine, stanno diventando insufficienti, come le ideologie…chiediamo ancora lungo il cammino, non stanchiamoci… Dunque: buona Pasqua…
E se invece di chiederci che cos’ è, ci domandassimo chi la sostiene: chi sostiene la Pasqua? Perché allora non chiederlo alle mamme e alle nonne dei “desaparecidos” delle dittature latinoamericane e mondiali. Perchè non chiederlo agli amici e amiche dei morti nelle ultime guerre strategiche dei terrorismi internazionali. Perché non chiederlo ai sopravvissuti degli uragani o dei terremoti, ai rifugiati dell’Africa o ai parenti orfani degli emigrati. Chi circola inquieto intorno agli spazi vuoti, forse oggi ci può ancora dire che cosa è la Pasqua e perché continuiamo a celebrarla, nonostante tutto. Chi cerca la propria e altrui dignità...Mi ritornano in mente le parole dell’antico inno pasquale: … Dic nobis Maria quid vidisti in via? Dicci Maria chi hai visto lungo il cammino… E’ normale chiedere che cosa è la Pasqua a chi sta camminando, a chi sta cercando qualcuno o qualcosa nelle fibre più segrete della vita, nei suoi laboratori mentali o nei suoi sogni… Non lo chiediamo a chi pensa che la Pasqua è un dogma o una promessa lasciata alla fine della vita, ma lo chiediamo a chi inquieto non riesce a prendere sonno, perché manca qualcuno, perché qualcuno se n’è andato o perché la vita sembra essersi addormentata. E Maria risponde: Sepulcrum Christi viventi set gloriam vidi resurgentis; angelicos testes, sudarium et vestes… Ho visto il sepolcro del Cristo vivente, gli angeli testimoni, il suo sudario, le sue vesti… Segni storici, sepolcri dei vivi, interminabili clausure di chi è vivente… Presenze lungo il cammino che gridano gli sforzi della vita di molti… ma anche qualcosa che apparteneva a chi ora è assente: le loro vesti i loro oggetti… Forse è questa per noi la Pasqua: continuiamo a chiedere lungo il cammino, non stanchiamoci di chiedere a chi cerca. I dogmi, le dottrine, stanno diventando insufficienti, come le ideologie…chiediamo ancora lungo il cammino, non stanchiamoci… Dunque: buona Pasqua…
A continuazione un appello reale che mi ricorda l’inno Pasquale:
Chicca Mariani, fondatrice delle Abuelas de Plaza de Mayo , (Nonne de la Plaza de Mayo- Argentina), è già molto anziana. Vuole riuscire a rincontrarsi con sua nipote. Aiutiamola a far sì che la sua lettera percorra il mondo e, in qualcuno si generino almeno dei dubbi…
Chicha Mariani, fundadora de Abuelas de Plaza de Mayo, ya está muy viejita. Quiere alcanzar a reencontrarse con su nieta. Ayudémosla a que su carta recorra el mundo y, en una de esas, genere dudas en alguien... Reenviemos la carta hasta al menos pensado. Que su llamado pueda recorrer nuevos circuitos, que no quede restringido a personas vinculadas a organizaciones de derechos humanos, que pueda llegar hasta Clara Anahí !!!! Gracias
Querida nieta:Soy tu abuela “chicha” Chorobik de Mariani, te busco desde él momento en que Etchecolatz Camps y su tropa mataron a tu madre y te secuestraron de tu hogar en la calle 30 #1134 de La Plata, República Argentina. Era el 24 de noviembre de 1976 y tenías 3 meses de edad. Desde ese momento con tu padre te buscamos hasta que a él también lo asesinaron.
A pesar de que trataron de convencerme de que habías muerto en la balacera, yo sabía que estabas viva. Hoy está comprobado que sobreviviste y estás en poder de alguien. Ya tienes 32 años y tu número de documento probablemente sea cercano al 25.476.305 con el que te anotamos. Yo quisiera pedirte que busques fotos de cuando eras bebé y las compares con las que acompañan este texto.
Quiero contarte que tu abuelo paterno se dedicó a la música y yo a las artes plásticas; que tus abuelos maternos se dedicaron a las ciencias, que tu mamá amaba la literatura y tu papá era licenciado en economía. Ambos tenían un gran sentido de la solidaridad y compromiso con la sociedad. Algo de todo esto tendrás en tus inclinaciones de vida porque, a pesar de que hayas sido criada en un hogar distinto, uno guarda internamente los genes de sus antepasados. Seguramente hay muchas preguntas sin respuesta que aletean en tu interior.
A mis mas de 80 años mi aspiración es abrazarte y reconocerme en tu mirada, me gustaría que vinieras hacia mí para que esta larga búsqueda se concretara en el mayor anhelo que me mantiene en pie, el que nos encontremos.
Clara Anahí, mientras te espero seguiré buscándote
Te abraza, tu abuela “Chicha Mariani”
A pesar de que trataron de convencerme de que habías muerto en la balacera, yo sabía que estabas viva. Hoy está comprobado que sobreviviste y estás en poder de alguien. Ya tienes 32 años y tu número de documento probablemente sea cercano al 25.476.305 con el que te anotamos. Yo quisiera pedirte que busques fotos de cuando eras bebé y las compares con las que acompañan este texto.
Quiero contarte que tu abuelo paterno se dedicó a la música y yo a las artes plásticas; que tus abuelos maternos se dedicaron a las ciencias, que tu mamá amaba la literatura y tu papá era licenciado en economía. Ambos tenían un gran sentido de la solidaridad y compromiso con la sociedad. Algo de todo esto tendrás en tus inclinaciones de vida porque, a pesar de que hayas sido criada en un hogar distinto, uno guarda internamente los genes de sus antepasados. Seguramente hay muchas preguntas sin respuesta que aletean en tu interior.
A mis mas de 80 años mi aspiración es abrazarte y reconocerme en tu mirada, me gustaría que vinieras hacia mí para que esta larga búsqueda se concretara en el mayor anhelo que me mantiene en pie, el que nos encontremos.
Clara Anahí, mientras te espero seguiré buscándote
Te abraza, tu abuela “Chicha Mariani”
giovedì 9 aprile 2009
LA MEMORIA DI DIO

Nel calendario ufficiale un triduo, ma nella vita e nella storia della vulnerabilità umana e del cosmo, un tempo lunghissimo. Tre giorni…distillano come gocce, tra ricerca e interminabili attese. La solennità liturgica, le dogmatiche proclamazioni apparentemente sicure e trionfanti e i gesti in memoria di Lui, non riescono a calmare l’affanno di chi, come gli antichi discepoli, si muove inquieto e attonito tra lenzuoli che coprono l’assenza e frammenti di uno spazio improvvisamente spezzato. Chi ode il rumore del vuoto e sente il peso del silenzio, non visita simbolici sepolcri, ma continua irrequieto a scavare in questo strano plancton terrestre che ha accumulato per sé le più diverse energie di vita. Allora, capovolgiamo la liturgia.
Chi oggi fa memoria della lentezza del tempo, del buio, e dell’affannato respiro umano, non siamo noi, ma è Lui e per questo, non ci stanchiamo di ripetere: ricordati… e crediamo che, la memoria che Dio ha della storia, è complice con le contrazioni della vita e ci sostiene.
sabato 21 marzo 2009
LA TEOLOGIA ESCE...

Ogni pensiero quotidiano vaga inquieto negli spazi più reali dei bisogni esistenziali della vita di donne e uomini, oltre a quelli del cosmo e dilata quelle scieinze che sembrano occupare un posto delimitato e predefinito. Così, seguendo il pensiero e l'inquietudine, mi introduco in questi spazi ... per condividere l' ascolto e la parola con altri ed altre:
Partecipazione al : V Congreso Mundial de Psicología Junguiana: Eros y Poder en la práctica clínica, la educación y la cultura, que se realizará en Santiago de Chile del 4 al 8 de Septiembre de 2009
giovedì 5 marzo 2009
…E RESTIAMO SVEGLI SUL TEMPO STORICO CHE CI SOSPINGE
Che è un oceano?
Il mare è solo un lungo sogno
che sta sognando la terra
tra altalene di soli…
E’ il sogno della terra addormentata su una fiamma…
E che cos’è un sogno ? Un sogno…vediamo…un sogno…
Lasciamo la lezione per domani…
(Dulce Marìa Loynaz. Poetessa Cubana)
Il mare è solo un lungo sogno
che sta sognando la terra
tra altalene di soli…
E’ il sogno della terra addormentata su una fiamma…
E che cos’è un sogno ? Un sogno…vediamo…un sogno…
Lasciamo la lezione per domani…
(Dulce Marìa Loynaz. Poetessa Cubana)
Osservo gli ultimi movimenti che si delineano in questa parte di storia dove vivo (Bolivia); percepisco l’importanza di questo tempo, il peso che può gravare sulla vita di tante donne e uomini comuni, bagnati una o più volte in battesimi di sangue e fango, sabbia, roccia, sole e pioggia, per poter incontrare l’arte della vita e il diritto a plasmare il proprio destino.
Scelgo un avvenimento tra tanti, più o meno nitidi; uno di quelli che ha avuto ripercussioni internazionali: la vittoria del “Si” e dunque l’approvazione della nuova Costituzione politica dello Stato Boliviano. Uno Stato, come scandisce lo stesso testo: plurinazionale e multietnico.
Come ogni avvenimento sociopolitico, anche questo provoca echi differenti, sia a livello nazionale che internazionale, ma personalmente non voglio commentare questa nuova possibilità a cui siamo giunti come popolo, ma piuttosto raccolgo alcune domande che, come nel poema che introduce le mie riflessioni, sottendono costantemente la vita e, anche in questo caso, guai se smettessimo di formularle, anche se fosse solo, nel segreto introspettivo delle nostre storie. Che cos’è…un oceano…un mare…una terra addormentata…un sogno. Non a caso ho scelto una poetessa che fa parte della tradizione culturale cubana; non a caso raccolgo il suo eco lasciato nel tempo, ancora più in là del suo sogno o della sua stessa vita e di quella della sua isola.
Come sempre e, sempre più volutamente, le mie riflessioni resteranno sospese nel tempo presente e, come canta questo bellissimo poema…lasceranno la risposta per domani…, così come ogni sogno, davanti a una più o meno certa realizzazione, non cesserà mai di accompagnarci e inseguirci in ogni giorno che ha ancora da venire.
Gli echi storici
So molto bene che, dovuto alla situazione politica europea e soprattutto italiana, ogni intuizione di cambio alternativo nel panorama politico mondiale, sembra rianimare il respiro di chi sogna ancora una politica diversa da quella che, da anni, si è consolidata nel potere economico e sociale del neoliberalismo postmoderno.
Per questo, capisco che ogni eco che arriva agli orecchi dei sensibili uditori assetati di nuove macro e micro strategie politiche, solleva gli animi e crea un alone di speranza, soprattutto in quelle persone o gruppi che hanno sempre accompagnato processi di autodeterminazione dei popoli in differenti continenti e con differenti soggetti. E’ dunque normale, che i successi sociali di popolazioni con maggioranza indigena, o la introduzione di nuovi attori politici nel panorama mondiale, come per esempio Obama, facciano pensare alla realizzazione di un sogno. E’ normale anche che, per lo meno gli ambiti di tradizione di sinistra, guardino con interesse il capillare movimento politico dei popoli latinoamericani, tra riflessioni metafisiche e prassi alternative di vita e di economia.
Ed è proprio dal panorama Latinoamericano che, ormai da un po’ di anni, giungono, anche se in modo diverso, echi di cambio. Tutti guardiamo con simpatia e speranza alle quotidiane metamorfosi di paesi come Bolivia, Ecuador, Paraguay, Brasile, convocati e assistiti da un Venezuela sempre più “primo attore”. Nonostante tutto ciò, anche queste nazioni coinvolte in processi politici che attirano l’attenzione e alimentano la speranza di molti, in realtà restano ancora avvolti in correnti che in qualche modo bloccano il cammino vincolandole tra vecchio e nuovo.
Forse è per questo che, chi sta da questa parte del mondo, chi ha percepito i primi movimenti strategici di moltitudini di persone nelle loro quotidiane rivendicazioni, tra sogni di dignità e benessere, tra ancestrali fedeltà e nuove strategie economiche e sociali, percepisce che il cammino è ancora lungo. Chi ha visto infatti da vicino e ha avvertito sulla propria pelle e su quella degli altri una sensazione di brivido, vedendo varie volte l’alternarsi di presidenti o interi governi, nel giro di pochi mesi, giorni, ore o secondi, è probabilmente soggetto a una visione più critica su quello che accade nel mondo e anche nel mondo latinoamericano e, certamente non si pacifica e non si accontenta di vedere riuniti i capi di stato di questi paesi emergenti, o ascoltare i loro discorsi, anche quando tra di loro tracciano un’unica trama e una sola strategia.
E’ proprio su questo punto che irrompono i versi della poetessa cubana e soprattutto l’ultima parte…il sogno…la risposta lasciata per domani…Così che, se pur persistendo e appoggiando i sogni segreti e i concreti processi di cambio e, continuando a contrapporsi energicamente e criticamente a coloro che invece vogliono sviare questi processi e indebolire ogni tentativo alternativo. Mantengo infatti una sottesa nostalgia per qualcosa che, per ora, abbiamo solo visto o…salutato da lontano, come dichiara il testo biblico neotestamentario della lettera agli Ebrei (Cf. Eb 11).
Il fantasma del populismo
Circondata dunque da questi processi ancora in atto, vivendo notti inquiete che alimentano pensieri, paure, ma anche ulteriori sogni, mi ritorna in mente un antico testo profetico, a mio avviso molto interessante in questa congiuntura latinoamericana. Mi riferisco ad alcuni versetti del libro profetico di Daniele; una sorta di lamentazione di cui, oggi, come allora, forse non abbiamo ancora compreso il vero significato e la sua potenzialità mistico-politica. nella crescita di un popolo e di una umanità in cerca del riconoscimento della propria maturità, come direbbe Bonhoeffer: un mondo maggiorenne. Ed è proprio stando da questa parte di mondo che oggi come oggi, ritorna questa immagine biblica come una sfida silenziosa e perenne lanciata ai nuovi attori politici o alla politica in generale, una politica che sembra cadere nelle stesse trame di sempre.
Il testo a cui faccio riferimento è quello di Daniele 3,38: …ora non c’è più tra di noi principe, profeta o caudillo, sacerdote e olocausto, sacrificio, oblazione né incenso né un luogo dove possiamo offrire le nostre primizie..
Questo testo, probabilmente raccolto da una lunga litania di dolore, e ricordato sempre in momenti considerati drammatici lungo il cammino di un popolo in ricerca di liberazione, in realtà, a mio parere, sottende qualcosa di molto più profondo e ispiratore. Forse potrebbe diventare una e vera e propria critica a una mentalità che in realtà soggiace dentro ogni visione politica e religiosa di tipo soteriologico (salvatrice)
Infatti, sembra quasi che in ogni processo di liberazione, di crescita e di corresponsabilità socioeconomica, non riusciamo a pensarci senza nessuno che ci guidi, che faccia le veci di noi stessi e delle nostre responsabilità. Sembra quasi che allora, come oggi, tutti cerchiamo comunque e sempre un rappresentante, un mediatore, un leader, qualcuno che guidi.
Mi riferisco a processi di cambio che, in un modo o nell’altro, ricadono in un certo caudillismo o populismo che in fin dei conti è un nuovo processo di dominazione di pochi su una immensità che nessuno può contare e che comunque è la unica e vera protagonista di evoluzioni e rivoluzioni storiche economiche e politiche da cui sono nati questi stessi principi, sacerdoti e caudillos .
L’arte della sopravvivenza alternativa dei popoli, resta un mistero che sottende, qualcosa che, per esempio, dal punto di vista teologico, leggeremmo come una e vera e propria opera alternativa di un sogno divino che come nella genesi dei tempi, sorvolava le acque e creava ancora più caos fino a partorire infinite e differenti esistenze. E’ comunque certo che quest’arte alternativa non è sinonimo di perfezione o assenza di ambiguità, ma solo teatro di sempre nuove possibili alternative e cambi. E probabilmente è su questo piano che si gioca la lamentazione del profeta. Pensare che il popolo abbia sempre bisogno di persone che facciano da mediatori e quindi da leader politici o religiosi. Da questa lamentazione sembra proprio che non riusciamo mai a stare senza distaccate o evidenti figure istituzionali che ci rappresentino. In questa prospettiva sembra che cadiamo tutti e destra e sinistra si assomigliano e coincidono, così come coincidono istituzioni religiose e politiche.
Mentre il mondo che si considera adulto e cerca bene o male di togliersi di dosso ogni dipendenza, dottrinale, ideologica, il sistema politico anche quello che si presenta come alternativo ai vecchi sistemi, non riesce a inventarsi e pensarsi in un altro modo.
Così che il lamento del profeta che nel quadro biblico si potrebbe anche capire, visto ciò che significavano quei ruoli nell’universo simbolico del popolo di Israele, oggi come oggi, lo potremmo rileggere in un altro modo. Una storia, infatti, che si continua a pensare rappresentata da capi, sacerdoti o profeti non è ancora una società veramente responsabile e creativa. Anzi questi processi assumono un aspetto molto ambiguo rivestendo i processi di liberazione di un tono profondamente populista e sappiamo che ogni populismo è comunque negativo.
Oggi, senza retrocedere o negare i parti storici latinoamericani, sentiamo che il momento che viviamo non è un nuovo ordine politico, ma un tentativo ancora molto lontano da quella che può essere una possibilità alternativa. In realtà anche qui, non abbiamo trovato ancora un altro modo di far politica. Eravamo fiduciosi in sapienze alternative, gestioni differenti della vita e visioni del cosmo diverse. Come donna, in realtà, questa critica e questa paura, la attribuisco a che il modello sociopolitico comune è comunque un modello che fa parte dell’immaginario collettivo maschile di cui, dopo secoli, non possiamo ancora liberarci. Ogni rivoluzione ed evoluzione ci sembra possibile solo se portata avanti da questi rappresentanti maschili. E’ sintomatico nella profezia di Daniele, come questa lamentazione gira intorno alla mancanza di leader maschili. Così oggi come oggi, la politica latinoamericana soffre ancora questo pericolo; sembra che l’essere umano abbia bisogno di recuperare i suoi eroi, indigeni o meticci, ma comunque leader che si sentono rappresentanti di una moltitudine , dentro processi che per ora assicurano la sopravvivenza ma non sono ancora una vera possibilità alternativa. Senza sottovalutare niente di questi processi in atto nel mondo, non guardiamo la realtà come se queste fossero vere e proprie visioni di liberazione, ma piuttosto, restiamo critici, sentendo che per ora abbiamo solo intravisto qualcosa e che questi sono processi di transizione che vanno accompagnati e che hanno bisogno non solo di sostegno o solidarietà economica e politica, ma di un acuto senso critico e una ascetica vigilanza per non abbandonare un sogno dove prima o poi davvero e per fortuna, non ci saranno più profeti, né principi, né sacerdoti… né luoghi privilegiati per ottenere mediazioni particolari.
So benissimo che queste opinioni sono discutibili e che probabilmente per quelle persone che leggono alcune riviste o alcune pagine web, possono risultare riflessioni pericolose visto che, dopo il forum mondiale tutti continuiamo a pensare che abbiamo già trovato spazi alternativi e che i popoli sono coscienti di questi processi di cambio e soprattutto di ciò che questi processi comportano. Ma la mia inquietudine continua, perché ciò che rende questi processi più deboli non sono solo le minacce esterne, le ambigue politiche internazionali e i giochi economici degli organismi finanziari o la piovra dei poteri di entità transnazionali con le loro mafie politiche affiancate anche da quelle religiose. Ciò che rende precari i nostri processi alternativi sono anche alcuni fattori interni, come per esempio un certo caudillismo politico, o modelli ora mai obsoleti nell’immaginario individuale dell’essere umano posmoderrno e soprattutto delle fasce culturali di altre provenienze e in quelle fasce più giovani, ma che in realtà restano in vigenza nel quadro politico più comune,. Forse ancora una volta la vittoria delle opposizioni a ogni cambio è proprio questa, far sì che per difendersi, anche questi attori politici che sembrano alternativi, tornino alle vecchie posizioni populiste, con sapore militare, con sapore a welfar state , qualcosa che assicura la mediocrità di ogni cittadino, qualcosa che comunque perpetua relazioni ambigue tra i generi, qualcosa che comunque serve per educare a una visione del mondo profondamente ristretta, fuori da ogni parto di dialogo storico, dove l’individuo senza le solite strutture sociali non è niente ed entra in preda di una depressione politica e sociale oltre che psicologica. Errori che si ripetono incessantemente, anche se gli uni accusano gli altri di averli propiziati, da un lato proprio in questi paesi dove comunque la maggioranza è sempre stata in balia di credi religiosi o politici con annunci assistenziali di liberazione che, in realtà, hanno fatto sì che la coscienza umana restasse legata al filo della dipendenza, e dell’infanzia spirituale e sociale, proprio perché chi assicurava la liberazione e la vita era comunque un intermediario, un mediatore e se rappresentante del sesso maschile, meglio.
Oggi, mentre i processi di autodeterminazione dei popoli si sono intensificati ciò che non si è intensificato è la struttura di questo processo che comunque segue sempre gli stessi parametri e dunque tiene, gli stessi rischi, cadendo in una prassi che più che assumere i colori di un processo di autonomia dell’essere umano, sembra restare costantemente ancorato a quello stato primordiale di bisogno che ha fatto dell’essere umano un essere religioso, ma decisamente non mistico o delle sue intuizioni sociopolitiche un eterno ritorno simile a quello dell’olimpo degli dei greci.
Come ci piacerebbe invece, pronunciare questa lamentazione al rovescio:…per fortuna oggi non abbiamo più principe, profeta, sacerdote…perché come si sognava in un altro testo biblico, per bocca del profeta Gioele, tutti hanno la possibilità di sognare: anziani e giovani, liberi e schiavi divenuti liberi… (Cf. Gio 3,1-2-).
Forse questa è una anarchica illusione, può darsi, ma è comunque una intuizione di chi continua a credere nei parti di sopravvivenza di donne e uomini comuni, nei percorsi della ricerca e dell’osare umano, nel desiderio di sfociare in altre dinamiche di resistenza e di vita, perché, come direbbe il filosofo Edgar Morin la prosa ci fa solo sopravvivere mentre la poesia invece, ci fa vivere…
Purtroppo, ci sembra che la politica sia ancora legata alla prosa e che ogni cambio, in fin dei conti ci porta alla mediocrità di essere cittadini, indigeni o meticci, ma comunque mediocri cittadini assicurati dalla certezza che qualcuno penserà e veglierà su di noi e ci assicurerà la sopravvivenza.
Un ‘antica dialettica dunque, tra la mediocrità di una storia che mi assicura sopravvivere e la creatività di un sogno che risveglia costantemente, come ispirazione poetica, per poter vivere e non solo sopravvivere.
Europa come sempre, soprattutto la sinistra, forse guarda con speranza a questi movimenti con sapore rivoluzionario dei popoli, forse anche per consolarsi o per tranquillizzare la propria coscienza dopo il fallimento di una politica nazionale ed estera decisamente mal gestita. E così, oggi come oggi a questo sogno si è aggiunto anche il mito di Obama con tutto ciò che questa persona rappresenta nell’identità individuale e collettiva della complessità nordamericana. Ma nella vita concreta di chi davvero ha lottato in lunghi e inquietanti dormiveglia e più volte, ha attraversando i sentieri del limite e della sopravvivenza, il mito non basta più. Così come non gli basta più il senso di un immaginario collettivo, perché vuole camminare ancora con le sue proprie gambe. E’ così che la sua creativa resistenza scompiglia le correnti sicure e statiche dei venti che nacquero come moti vorticosi incontenibili ma che la ufficialità li ha resi ripetitivi e piatti, come coltri pesanti sul cammino dei popoli. Riconosciamo dunque che noi esseri umani ci muoviamo ancora nell’ottusa visione di chi coloro che pensano che gli altri hanno sempre bisogno di qualcuno e così abbiamo costruito i nostri universi simbolici individuali e collettivi e atrofizziamo il sogno, per fortuna esiste una incoscienza totale, che sospinge i sogni e trasforma le notti in spazi di significative ricerche e di inquietanti attese.
Restiamo dunque attenti, attente, come testimoni di un sogno che si muove nell’esistenza di donne e uomini comuni che, probabilmente, senza conoscere tutta la storia ideologica dei partiti e delle correnti politiche, ha il bellissimo sentore di una “altra vita possibile”, un ‘altra storia, un ‘altra logica, altri rapporti, altri scambi, altri progetti istituzionali, altre leggi e altri cammini culturali e sapienziali di questa sinergica storia ecoantropologica.
Scelgo un avvenimento tra tanti, più o meno nitidi; uno di quelli che ha avuto ripercussioni internazionali: la vittoria del “Si” e dunque l’approvazione della nuova Costituzione politica dello Stato Boliviano. Uno Stato, come scandisce lo stesso testo: plurinazionale e multietnico.
Come ogni avvenimento sociopolitico, anche questo provoca echi differenti, sia a livello nazionale che internazionale, ma personalmente non voglio commentare questa nuova possibilità a cui siamo giunti come popolo, ma piuttosto raccolgo alcune domande che, come nel poema che introduce le mie riflessioni, sottendono costantemente la vita e, anche in questo caso, guai se smettessimo di formularle, anche se fosse solo, nel segreto introspettivo delle nostre storie. Che cos’è…un oceano…un mare…una terra addormentata…un sogno. Non a caso ho scelto una poetessa che fa parte della tradizione culturale cubana; non a caso raccolgo il suo eco lasciato nel tempo, ancora più in là del suo sogno o della sua stessa vita e di quella della sua isola.
Come sempre e, sempre più volutamente, le mie riflessioni resteranno sospese nel tempo presente e, come canta questo bellissimo poema…lasceranno la risposta per domani…, così come ogni sogno, davanti a una più o meno certa realizzazione, non cesserà mai di accompagnarci e inseguirci in ogni giorno che ha ancora da venire.
Gli echi storici
So molto bene che, dovuto alla situazione politica europea e soprattutto italiana, ogni intuizione di cambio alternativo nel panorama politico mondiale, sembra rianimare il respiro di chi sogna ancora una politica diversa da quella che, da anni, si è consolidata nel potere economico e sociale del neoliberalismo postmoderno.
Per questo, capisco che ogni eco che arriva agli orecchi dei sensibili uditori assetati di nuove macro e micro strategie politiche, solleva gli animi e crea un alone di speranza, soprattutto in quelle persone o gruppi che hanno sempre accompagnato processi di autodeterminazione dei popoli in differenti continenti e con differenti soggetti. E’ dunque normale, che i successi sociali di popolazioni con maggioranza indigena, o la introduzione di nuovi attori politici nel panorama mondiale, come per esempio Obama, facciano pensare alla realizzazione di un sogno. E’ normale anche che, per lo meno gli ambiti di tradizione di sinistra, guardino con interesse il capillare movimento politico dei popoli latinoamericani, tra riflessioni metafisiche e prassi alternative di vita e di economia.
Ed è proprio dal panorama Latinoamericano che, ormai da un po’ di anni, giungono, anche se in modo diverso, echi di cambio. Tutti guardiamo con simpatia e speranza alle quotidiane metamorfosi di paesi come Bolivia, Ecuador, Paraguay, Brasile, convocati e assistiti da un Venezuela sempre più “primo attore”. Nonostante tutto ciò, anche queste nazioni coinvolte in processi politici che attirano l’attenzione e alimentano la speranza di molti, in realtà restano ancora avvolti in correnti che in qualche modo bloccano il cammino vincolandole tra vecchio e nuovo.
Forse è per questo che, chi sta da questa parte del mondo, chi ha percepito i primi movimenti strategici di moltitudini di persone nelle loro quotidiane rivendicazioni, tra sogni di dignità e benessere, tra ancestrali fedeltà e nuove strategie economiche e sociali, percepisce che il cammino è ancora lungo. Chi ha visto infatti da vicino e ha avvertito sulla propria pelle e su quella degli altri una sensazione di brivido, vedendo varie volte l’alternarsi di presidenti o interi governi, nel giro di pochi mesi, giorni, ore o secondi, è probabilmente soggetto a una visione più critica su quello che accade nel mondo e anche nel mondo latinoamericano e, certamente non si pacifica e non si accontenta di vedere riuniti i capi di stato di questi paesi emergenti, o ascoltare i loro discorsi, anche quando tra di loro tracciano un’unica trama e una sola strategia.
E’ proprio su questo punto che irrompono i versi della poetessa cubana e soprattutto l’ultima parte…il sogno…la risposta lasciata per domani…Così che, se pur persistendo e appoggiando i sogni segreti e i concreti processi di cambio e, continuando a contrapporsi energicamente e criticamente a coloro che invece vogliono sviare questi processi e indebolire ogni tentativo alternativo. Mantengo infatti una sottesa nostalgia per qualcosa che, per ora, abbiamo solo visto o…salutato da lontano, come dichiara il testo biblico neotestamentario della lettera agli Ebrei (Cf. Eb 11).
Il fantasma del populismo
Circondata dunque da questi processi ancora in atto, vivendo notti inquiete che alimentano pensieri, paure, ma anche ulteriori sogni, mi ritorna in mente un antico testo profetico, a mio avviso molto interessante in questa congiuntura latinoamericana. Mi riferisco ad alcuni versetti del libro profetico di Daniele; una sorta di lamentazione di cui, oggi, come allora, forse non abbiamo ancora compreso il vero significato e la sua potenzialità mistico-politica. nella crescita di un popolo e di una umanità in cerca del riconoscimento della propria maturità, come direbbe Bonhoeffer: un mondo maggiorenne. Ed è proprio stando da questa parte di mondo che oggi come oggi, ritorna questa immagine biblica come una sfida silenziosa e perenne lanciata ai nuovi attori politici o alla politica in generale, una politica che sembra cadere nelle stesse trame di sempre.
Il testo a cui faccio riferimento è quello di Daniele 3,38: …ora non c’è più tra di noi principe, profeta o caudillo, sacerdote e olocausto, sacrificio, oblazione né incenso né un luogo dove possiamo offrire le nostre primizie..
Questo testo, probabilmente raccolto da una lunga litania di dolore, e ricordato sempre in momenti considerati drammatici lungo il cammino di un popolo in ricerca di liberazione, in realtà, a mio parere, sottende qualcosa di molto più profondo e ispiratore. Forse potrebbe diventare una e vera e propria critica a una mentalità che in realtà soggiace dentro ogni visione politica e religiosa di tipo soteriologico (salvatrice)
Infatti, sembra quasi che in ogni processo di liberazione, di crescita e di corresponsabilità socioeconomica, non riusciamo a pensarci senza nessuno che ci guidi, che faccia le veci di noi stessi e delle nostre responsabilità. Sembra quasi che allora, come oggi, tutti cerchiamo comunque e sempre un rappresentante, un mediatore, un leader, qualcuno che guidi.
Mi riferisco a processi di cambio che, in un modo o nell’altro, ricadono in un certo caudillismo o populismo che in fin dei conti è un nuovo processo di dominazione di pochi su una immensità che nessuno può contare e che comunque è la unica e vera protagonista di evoluzioni e rivoluzioni storiche economiche e politiche da cui sono nati questi stessi principi, sacerdoti e caudillos .
L’arte della sopravvivenza alternativa dei popoli, resta un mistero che sottende, qualcosa che, per esempio, dal punto di vista teologico, leggeremmo come una e vera e propria opera alternativa di un sogno divino che come nella genesi dei tempi, sorvolava le acque e creava ancora più caos fino a partorire infinite e differenti esistenze. E’ comunque certo che quest’arte alternativa non è sinonimo di perfezione o assenza di ambiguità, ma solo teatro di sempre nuove possibili alternative e cambi. E probabilmente è su questo piano che si gioca la lamentazione del profeta. Pensare che il popolo abbia sempre bisogno di persone che facciano da mediatori e quindi da leader politici o religiosi. Da questa lamentazione sembra proprio che non riusciamo mai a stare senza distaccate o evidenti figure istituzionali che ci rappresentino. In questa prospettiva sembra che cadiamo tutti e destra e sinistra si assomigliano e coincidono, così come coincidono istituzioni religiose e politiche.
Mentre il mondo che si considera adulto e cerca bene o male di togliersi di dosso ogni dipendenza, dottrinale, ideologica, il sistema politico anche quello che si presenta come alternativo ai vecchi sistemi, non riesce a inventarsi e pensarsi in un altro modo.
Così che il lamento del profeta che nel quadro biblico si potrebbe anche capire, visto ciò che significavano quei ruoli nell’universo simbolico del popolo di Israele, oggi come oggi, lo potremmo rileggere in un altro modo. Una storia, infatti, che si continua a pensare rappresentata da capi, sacerdoti o profeti non è ancora una società veramente responsabile e creativa. Anzi questi processi assumono un aspetto molto ambiguo rivestendo i processi di liberazione di un tono profondamente populista e sappiamo che ogni populismo è comunque negativo.
Oggi, senza retrocedere o negare i parti storici latinoamericani, sentiamo che il momento che viviamo non è un nuovo ordine politico, ma un tentativo ancora molto lontano da quella che può essere una possibilità alternativa. In realtà anche qui, non abbiamo trovato ancora un altro modo di far politica. Eravamo fiduciosi in sapienze alternative, gestioni differenti della vita e visioni del cosmo diverse. Come donna, in realtà, questa critica e questa paura, la attribuisco a che il modello sociopolitico comune è comunque un modello che fa parte dell’immaginario collettivo maschile di cui, dopo secoli, non possiamo ancora liberarci. Ogni rivoluzione ed evoluzione ci sembra possibile solo se portata avanti da questi rappresentanti maschili. E’ sintomatico nella profezia di Daniele, come questa lamentazione gira intorno alla mancanza di leader maschili. Così oggi come oggi, la politica latinoamericana soffre ancora questo pericolo; sembra che l’essere umano abbia bisogno di recuperare i suoi eroi, indigeni o meticci, ma comunque leader che si sentono rappresentanti di una moltitudine , dentro processi che per ora assicurano la sopravvivenza ma non sono ancora una vera possibilità alternativa. Senza sottovalutare niente di questi processi in atto nel mondo, non guardiamo la realtà come se queste fossero vere e proprie visioni di liberazione, ma piuttosto, restiamo critici, sentendo che per ora abbiamo solo intravisto qualcosa e che questi sono processi di transizione che vanno accompagnati e che hanno bisogno non solo di sostegno o solidarietà economica e politica, ma di un acuto senso critico e una ascetica vigilanza per non abbandonare un sogno dove prima o poi davvero e per fortuna, non ci saranno più profeti, né principi, né sacerdoti… né luoghi privilegiati per ottenere mediazioni particolari.
So benissimo che queste opinioni sono discutibili e che probabilmente per quelle persone che leggono alcune riviste o alcune pagine web, possono risultare riflessioni pericolose visto che, dopo il forum mondiale tutti continuiamo a pensare che abbiamo già trovato spazi alternativi e che i popoli sono coscienti di questi processi di cambio e soprattutto di ciò che questi processi comportano. Ma la mia inquietudine continua, perché ciò che rende questi processi più deboli non sono solo le minacce esterne, le ambigue politiche internazionali e i giochi economici degli organismi finanziari o la piovra dei poteri di entità transnazionali con le loro mafie politiche affiancate anche da quelle religiose. Ciò che rende precari i nostri processi alternativi sono anche alcuni fattori interni, come per esempio un certo caudillismo politico, o modelli ora mai obsoleti nell’immaginario individuale dell’essere umano posmoderrno e soprattutto delle fasce culturali di altre provenienze e in quelle fasce più giovani, ma che in realtà restano in vigenza nel quadro politico più comune,. Forse ancora una volta la vittoria delle opposizioni a ogni cambio è proprio questa, far sì che per difendersi, anche questi attori politici che sembrano alternativi, tornino alle vecchie posizioni populiste, con sapore militare, con sapore a welfar state , qualcosa che assicura la mediocrità di ogni cittadino, qualcosa che comunque perpetua relazioni ambigue tra i generi, qualcosa che comunque serve per educare a una visione del mondo profondamente ristretta, fuori da ogni parto di dialogo storico, dove l’individuo senza le solite strutture sociali non è niente ed entra in preda di una depressione politica e sociale oltre che psicologica. Errori che si ripetono incessantemente, anche se gli uni accusano gli altri di averli propiziati, da un lato proprio in questi paesi dove comunque la maggioranza è sempre stata in balia di credi religiosi o politici con annunci assistenziali di liberazione che, in realtà, hanno fatto sì che la coscienza umana restasse legata al filo della dipendenza, e dell’infanzia spirituale e sociale, proprio perché chi assicurava la liberazione e la vita era comunque un intermediario, un mediatore e se rappresentante del sesso maschile, meglio.
Oggi, mentre i processi di autodeterminazione dei popoli si sono intensificati ciò che non si è intensificato è la struttura di questo processo che comunque segue sempre gli stessi parametri e dunque tiene, gli stessi rischi, cadendo in una prassi che più che assumere i colori di un processo di autonomia dell’essere umano, sembra restare costantemente ancorato a quello stato primordiale di bisogno che ha fatto dell’essere umano un essere religioso, ma decisamente non mistico o delle sue intuizioni sociopolitiche un eterno ritorno simile a quello dell’olimpo degli dei greci.
Come ci piacerebbe invece, pronunciare questa lamentazione al rovescio:…per fortuna oggi non abbiamo più principe, profeta, sacerdote…perché come si sognava in un altro testo biblico, per bocca del profeta Gioele, tutti hanno la possibilità di sognare: anziani e giovani, liberi e schiavi divenuti liberi… (Cf. Gio 3,1-2-).
Forse questa è una anarchica illusione, può darsi, ma è comunque una intuizione di chi continua a credere nei parti di sopravvivenza di donne e uomini comuni, nei percorsi della ricerca e dell’osare umano, nel desiderio di sfociare in altre dinamiche di resistenza e di vita, perché, come direbbe il filosofo Edgar Morin la prosa ci fa solo sopravvivere mentre la poesia invece, ci fa vivere…
Purtroppo, ci sembra che la politica sia ancora legata alla prosa e che ogni cambio, in fin dei conti ci porta alla mediocrità di essere cittadini, indigeni o meticci, ma comunque mediocri cittadini assicurati dalla certezza che qualcuno penserà e veglierà su di noi e ci assicurerà la sopravvivenza.
Un ‘antica dialettica dunque, tra la mediocrità di una storia che mi assicura sopravvivere e la creatività di un sogno che risveglia costantemente, come ispirazione poetica, per poter vivere e non solo sopravvivere.
Europa come sempre, soprattutto la sinistra, forse guarda con speranza a questi movimenti con sapore rivoluzionario dei popoli, forse anche per consolarsi o per tranquillizzare la propria coscienza dopo il fallimento di una politica nazionale ed estera decisamente mal gestita. E così, oggi come oggi a questo sogno si è aggiunto anche il mito di Obama con tutto ciò che questa persona rappresenta nell’identità individuale e collettiva della complessità nordamericana. Ma nella vita concreta di chi davvero ha lottato in lunghi e inquietanti dormiveglia e più volte, ha attraversando i sentieri del limite e della sopravvivenza, il mito non basta più. Così come non gli basta più il senso di un immaginario collettivo, perché vuole camminare ancora con le sue proprie gambe. E’ così che la sua creativa resistenza scompiglia le correnti sicure e statiche dei venti che nacquero come moti vorticosi incontenibili ma che la ufficialità li ha resi ripetitivi e piatti, come coltri pesanti sul cammino dei popoli. Riconosciamo dunque che noi esseri umani ci muoviamo ancora nell’ottusa visione di chi coloro che pensano che gli altri hanno sempre bisogno di qualcuno e così abbiamo costruito i nostri universi simbolici individuali e collettivi e atrofizziamo il sogno, per fortuna esiste una incoscienza totale, che sospinge i sogni e trasforma le notti in spazi di significative ricerche e di inquietanti attese.
Restiamo dunque attenti, attente, come testimoni di un sogno che si muove nell’esistenza di donne e uomini comuni che, probabilmente, senza conoscere tutta la storia ideologica dei partiti e delle correnti politiche, ha il bellissimo sentore di una “altra vita possibile”, un ‘altra storia, un ‘altra logica, altri rapporti, altri scambi, altri progetti istituzionali, altre leggi e altri cammini culturali e sapienziali di questa sinergica storia ecoantropologica.
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