martedì 21 dicembre 2010

ANCORA BUON NATALE





Il mese passato ho incontrato molte persone e con ciascuna, in modo diverso, abbiamo avuto modo di pensare o parlare di tante cose, tra osati sogni -come piace dire a me- dubbi e profonde convinzioni e ora, mentre si avvicina una memoria importante, per molti popoli e culture, cioè la nascita di Chi ha lasciato un eco profondo ma quasi impercettibile, ora tutto ciò che ho condiviso il mese passato, mi ritorna in mente e lo celebro in questi giorni: tra premesse, promesse, desideri, attese e visioni. Ripercorro alcuni pensieri che –mentre li riprendo- diventano ancora auguri per questo indescrivibile tempo che stiamo per celebrare. A Salamanca, presso la Facultad de Teología San Esteban al congresso intitolato. “Para una convivenza en la Diversidad”, in un insieme di idee, tra diritto internazionale e teología. Dove mi è toccato tracciare alcune idee su: Dio nella prospettiva interculturale e che ho ritradotto con: il Dio delle culture ( Dios desde la interculturalidad versus el Dios de las culturas). Un approccio ala storia, per continuare camminando; un metodo che non sia semplicemente analisi e critica, ma anche autocritica. Un difficile cambio di prospettiva perchè non solo si riconoscano i diritti degli altri, ma ci si stupisca per le sapienze nascoste ed evidenti, della vita in generale e anche di quella degli altri. Non solo difendere l’uguaglianza, ma riconoscere la diversità come creatività e possibilità diversa; non solo università ma multidiversità; rivendicazione delle culture come rivendicazione delle identità e non solo come rivendicazione economica. Sete della propria origine, cioè, sete del senso e del significato. E ancora: Dio, non come proprietà delle religioni, ma possibilità data a chiunque, possibilità della vita degli individui e delle comunità umane. Dio, il cui nome, come direbbe Raimon Pannikar, è semplicemente icona del mistero e non un nome proprio e che i popoli impararono a scoprirlo partendo da loro stessi, guardandosi, nelle loro introspettive riflessioni, oltre che nei loro infiniti nomadismi esteriori tra cambiamenti climatici, ierofanie e teofanie. In questo senso allora il mistero non può essere compreso se non partendo dalla dinamicità delle culture, così che “la morte di Dio” - secondo le parole di Nietzsche- non è il rifiuto di una dottrina, ma il rifiuto di qualcuno, l’esclusione di qualcuno e delle sue possibilità. E questa oggi è una sfida etica, sociale, oltre ad essere antropologica e teologica. Conoscere le culture è conoscere Dio, cioè avvicinarsi al mistero. La matrice divina infatti, è l’uamano più umano e il cosmo: territori amazzonici, montagne, pianure, mari, deserti, città. La matrice divina sono gli avvenimenti che coinvolgono gli esseri umani; un essere umano che è prima di sapiens, durante e dopo sapiens –come direbbe Edgar Morin- e che continuerà essendo ciò che non conosciamo ancora, così come non conosciamo il mistero che è Dio. Grandi e piccoli itinerari interiori di individui e comunità che imparano a conoscersi e a riconoscere… impronte degli escrementi della selva… odori, aromi, spazi vegetali, lampi e tuoni degli uragani, piume, foglie, polline… secondo la poetica di Neruda.Ma senza tutta questa vita Dio sarà semplicemente una statua deposta in un luogo. E allora, in memoria di quello che ho pensato in novembre, durante un congresso: buon natale. Ma in un altro luogo, e con altri amici e amiche, abbiamo cercato di capire cosa significa “abitare il pianeta oggi” e allora e ciò che abbiamo pensato, in questo momento diventa un altro augurio per questo nuovo tempo che si profila, tra memoria e presente. Due alchemici elementi, che sospingono oggi il nostro interesse, i nostri dibattiti, le nostre preoccupazioni, economiche, affettive , sociali. Un verbo: abitare e un luogo: il pianeta.

Un verbo che indica una inquietudine etica, un modo di stare, e un luogo con tutta la sua complessità, le sue dimensioni frattarie, visibili ei nvisibili. Un insieme di inquietudini e anche una infinità di soggetti, perché il lugo indica anche dei soggetti; siamo infatti in molti ad abitare il pianeta.

Allora scompligliando questi due elementi per metterli sottosopra, intuisco che è prima di tutto la natura –costantemente cambiante ma anche costantemente ripensata dagli esseri umani- a chiederci nuovi approcci alla vita. Non solo tutelare ma anche proporre, indirizzare, gestire..., trasformare e a volte cambiare totalmente.

Il legame dunque, tra l’abitare e lo spazio dove dobbiamo stare è dunque molto stretta, perché il luogo avrà la forma del nostro stare.

E allora questo verbo così complesso e curioso: HABEO abitudine, abito, abitare. Eco del HABERE: avere o continuare ad avere. Cioè consietudine in un luogo. Vivere, risiedere, alloggiare con qualcuno, trovarsi...

Il primo approccio è dunque quello che evoca il viverci dentro; verbo che sottende l’idea dell’esserci, presenza, quindi possibilità di allacciare e intrattenenere relazioni relazioni interpersonali e poi più ampie. Un modo di stare dunque, che non può essere ridotto a un solo modello. Abitare è complesso e questa complessità deriva anche da come prendiamo o no coscienza di ciò che abbiamo attorno. Ci sono stati momenti storici che una mentalità dualista ha permesso di semplificar: tutto è duale: bene e male, bianco e nero, uguale e contrario, uomo-donna…tutto rivelava la dualità, ma invece interviene quel bellissimo testo del libro sapienzale dei Proverbi : ci sono tre cose che sono troppo ardue per me e quattro che non comprendo affatto, la via dell’aquila nel cielo, la viadel serpente sulla roccia, la via della navei nalto mare, la vida dell’uomo in una giovane donna…(Pro 30,18-19) E questo testo si colloca in una testo più inquieto che si apre ocn delle domande forse ancora dualiste: chi ha fatto il mondo: Dio o l’essere umano…chi è salito al cielo e ne è sceso? Chi ha raccolto il vento nel suo pugno? Chi ha racchiuso le acque nel suo mantello? Chi ha fissato tutti i confini della terra? Come si chiama? (Pro 30, 4) Ma si percepisce: sempre due; due sono i generi, due le possibilità di vivere o morire, sempre tutto è due e invece no : forse nasciamo da una molecola d’acqua che ha sua volta è un coposto, o forse nasciamo dal fuoco…o forse da qualcosa di più complesso… un big-bang di qualcosa o di qualcuno… Abitare dunque non con la coscienza di ciò che conosciamo, ma anche con quella di ciò che non conosciamo… Siamo un po’ stanchi di questi stili di vita che lo sanno già tutto o che ammettono solo certe cose e negano altre possibilità e probabilità e che non lasciano intervenire né i sogni, né l’immaginazione e dunque nemmeno la realtà con le sue dimensioni nascoste perché sottili e complesse allo stesso tempo. Oggi come oggi, bisogna ammettere che non siamo nella fase delle conclusioni, ma nella fase del cambiamento; un processo difficile, in cui, forse, semplicemente percepiamo. Siamo come nella nuova era del Neolitico: transizione e cambi, migrazioni e perdite... nuovi modi… Addomesticamento delle piante e degli animali e di noi stessi per imparare ad abitare i luoghi con le loro risorse naturali. Un tempo di apprendistato: cambiamo mentre impariamo a restituirci la responsabilità sul mondo, ma quante trasformazioni e non solo metamorfosi esteriori, di lineamenti e posizioni; quanti cambi interiori, diversi, riconoscimenti di sé in altri modi... Quanti processi di autostima, di non vergogna di sé, ma anche di non vergogna dell’altro, quanti processi ideologici non conclusivi , settari… … Parliamo di dialogo ma forse il DIA = FRA … è visto ancora in una logica dualista e per questo in questo momento è importante ma non è sufficiente.

Il mondo non è fatto in un equilibrio di contrari, ma in una creatività anche caotica di diversità, di pezzi, di mondi differenti. Se leggiamo la storia, quante volte cambiò perchè qualcuno superò il limite del dualismo. Qualcuno –per esempio- decise scoprirsi al di là del genere, o per seguire i suoi ideali e sogni disobbedire al genere prestabilito (mi viene in mente a proposito un piccolo libro che mi regalarono: Santa Marina la Travestita, di Marina Minghelli. 1996). E la storia continua in questa creatività, osando avvicinarsi e prendere contatto con l’invisibile e il visibile, in altri modi. Ma per far questo si tratta di percorrere i fili sottili della sopravvivenza. La storia cambiò per altri spazi ….

Mettiamo anche in conto che ci sono dei modi diversi di abitare; dei modi diversi di stare. Non esiste solo il cogito ergo sum cartesiano, ma anche: amo dunque sono; disegno; fabbrico; invento; bevo dunque esisto; vendo e compro; scrivo; tesso; scolpisco; sospingo; dissocio; lego, sciolgo; scorro; cammino; mi siedo; piango; rido…sento; non sento; vedo; non vedo; ho fame; mangio; non mangi; mi devo difendere o non mi difendo o forse solo respiro, o forse faccio tutto questo insieme. C’è un tempo per ogni cosa, canta l’adagio bibblico del Qoelet. Ci sono generazioni in alcuni popoli del mondo che sono nate in guerra e continuano a vivere in guerra, altre che hanno conosciuto solo tempi tranquilli di pace e sviluppo, altri di fame e poi di abbondanza e poi di nuovo di carestia….Tutto ciò avviene e sarebbe troppo bello e facile pensare che abitare significhi eliminare qualcosa, rifiutare o accettare. Non è cosi semplice come vorremmo, ma è anche molto più bello e appassionante di ciò che noi pensiamo. Anche la natura, nella sua spontaneità, nella sua ibris, espressività che a volte rasenta l’eccesso, violenta espressività genetica, ce lo ricorda.

Allora parlare del pianeta e di come abitarlo non è evocare qualcosa di olistico, cioè qualcosa che ricorda tutto e niente. Pianeta sono piccoli e grandi spazi, sono geografie e territori differenti, sono case e non case, pianeta non è oggi un termine poetico, non evoca solo alberi, acqua pulita, piante, animali e persone in armonia. Pianeta è un termine complesso in cui questa stessa complessità invece di evocare distanza tra i vari elementi, indica sempre di più complicità e possibilità sinergiche. Indica delle similitudini con ragni e magnolie riguardo alle nostre cellule, molto di più di quanto pensiamo. Come scoprire dunque questa complicità invece che questa distanza? Come scoprire dunque che siamo più diversi ma che è per questo che è sempre più urgente imparare a scambiarci, invece di pensare che siamo distanti…

Un pianeta complesso che non ci vuole distrarre da noi stessi, mentre ci provoca con i suoi cambi climatici, ma che in realtà ci invita a processi sempre più profondi di autocritica. Un pianeta che ci pone di fronte non solo agli elementi puri ma quelli che lungo la storia abbiamo fuso insieme, forse anche malamente insieme, per fare –come qualcuno dice- uno strano menù: Polveri da abbattimenti dei fiumi di industrie siderurgiche, ceneri da combustione, olio minerale, vernici di scarto, fanghi prodotti dal trattamento di depurazione delle industrie chimiche. E poi: inchiostro di scarto, melme acide, feci animali, urina di ogni tipo, fanghi velenosi e tossici, ceneri, scorie di alluminio, cromo, rame, zinco, cadmio in quantità industriali, tonnellate di percolato, la parte liquida che i rifiuti rilasciano nel tempo con la decomposizione. “Neanche un premio Nobel per la chimica sarebbe stato capace di mettere insieme un cocktail così micidiale”. Solo che questo cocktail è vomitato dalla camorra nella pancia della Campania, proprio dove si coltiva e alleva buona parte del cibo che finisce nei piatti di mezza italia. Un sistema che inquina l’ambiente, è dannoso per la salute, distorce il mercato, alimenta sfruttamento… (Scrive in un articolo pubblicato su Internazionale nel numero di ottobre, Giovanni di Mauro che commenta la denuncia di Peppe Ruggiero, autore del documentario Biùtiful cauntri e del saggio L’ultima cena) E io dico: anche questo è il pianeta, ed è il pianeta in questi lenti o veloci processi cambiamento della terra, dell’aria. E’ il pianeta con la sua entropia propria ma anche con quella umana che a volte, sconvolge, come si cita nell'articolo. Anche questo è il pianeta che cambia, che resiste, che si ribella, anzi, forse i più lenti a cambiare, siamo proprio noi, gli esseri umani, o meglio, forse siamo noi i più lenti ad ammettere che i nostri cambi di umore hanno anche il potere di cambiare il pianeta.

O invece, come direbbero le Scritture, forse è proprio questo il momento favorevole, perché comunque oggi siamo inquieti in questo pianeta. Per alcuni sono inquitudini di sopravvivenza economica, per altri invece inquietudini ideologiche, istituzionali, o forse esistenziali, affettive, ecc. ma comunque inquietudini e comunque desideri di abitare e, se fosse possibile, di lasciare che altri abitino, perché per vivere il pianeta non bisogna esseri perfetti, ma imperfetti. E allora, anche per questo: buon natale. E vi lascio con tre immagini:

La prima raccolta mentre ero nel coro di una delle comunità della mia Congregazione: il convento di San niccolò di Prato. Il pavimento in cotto, tutto ondulato, segnato dai passi

del tempo di qualcuno; quasi scavato, un materiale duro a cui è stata data la forma della quotidianità della vita di ciascuno. Una reale processione della vita, storie personali e comuntarie, e quante storie nei passi delle persone!

La seconda si tiferisce allo stare di molte persone al mercato; ho in mente i mercati latinoamericani; tutti i giorni si monta il posto o il banchetto dove restare per vendere; questa è una immagine economica e di sopravvivenza. Un modo di stare che trasforma la vita e lo spazio.

La terza immagine la prendo, invece da un proverbio Arabo, molto bello: l’aria del paradiso è quella che soffia tra gli orecchi di un cavallo… un piccolo spazio che evoca l’indicibile, ma che forse lo evoca a chi sta sul cavallo con un certo atteggiamento, mentre attraversa l’aria e rompe l’atmosfera e in complicità con il cavallo si china tra le sue orecchie e percepisce, molto di più.

Tre modi di stare, insieme a quelli che ciascuno potrà aggiungere secondo la familiarità che ha con la propria vita e, allora, anche per questo, ancora: buon natale.

2 commenti:

maurizio portaluri ha detto...

Cara Antonietta, buon Natale anche a Lei. Lei non sa quanto mi sia stata utile la sua La religiosità della Vita e il testo su Qoelet. Me li ha portati un'amica che ha trascorso una settimana di ritiro dalle Clarisse di Otranto. Io non conoscevo la sua riflessione. Non sono un teologo nè come orrendamente si dice, un operatore pastorale. Sono un medico cresciuto nella chiesa che cerca di percepire la presenza di Dio dentro la propria vita. A volte ci riesce ed a volte no. Sono diventato insofferente alle istituzioni, anche a quella in cui lavoro. Schiacciano tutto ciò che vuole vivere. Buon Natale. Maurizio, Brindisi

Anonimo ha detto...

Grazie davvero per le sue intuizioni che scavano dentro solchi di rinnovamento .
La seguo da molto e sempre mi sorprende e mi provoca dentro il suo pensiero è libero ma sopratutto lascia liberi.
Ogni bene dato che le sia in maniera multipla restituito
Sandra Conti